sabato 30 novembre 2013

Non solo spettatori: siamo anche critici.

   Essere attenti spettatori e saper interagire con l'opera cinematografica non é cosa facile. Spesso ci mettiamo nella condizione di subire la pellicola, senza riuscire a vivere l'esperienza filmica come una nuova realtà. 
Quel meccanismo di partecipazione al prodotto cinematografico fa del cinema uno strumento di comunicazione e di rappresentazione del reale, e lo schermo diviene lo specchio dove accedere al simbolico.
La ricchezza percettiva che il cinema offre è parte integrante del suo potere sociale: il pubblico spettatore, immerso in un processo di significazione, diventa giudice di quella porzione di realtà che si muove davanti a lui.
E' certamente più comodo essere assorbiti dal film, seguirne la vicenda, conoscere i personaggi, ascoltare i dialoghi e commentare il finale... Più difficile porsi dal lato del critico, oltre quello dello spettatore: osservare l'opera oggettivamente, a prescindere dal fatto che ci sia piaciuta o meno, coglierne il messaggio o l'artisticità simbolica. Probabilmente non dovremmo temere di affrontare criticamente neanche opere considerate “intoccabili”, evitare di restare schiacciati da un giudizio universale e criticare da individualisti una pellicola. 
Sarà capitato a tutti comunque di andare al cinema per curiosità (o per noia), di affittare il dvd che ha tanto fatto discutere o imbatterci in tv, facendo zapping, nel film che ha sbancato il botteghino alla sua uscita... e fermarsi a guardarlo, magari distrattamente.
Essere parte del pubblico é ciò che facciamo anche inconsapevolmente, e quando scegliamo di essere critici lo facciamo invece in nome del piacere visivo e dell'identificazione che sempre lega un film al suo spettatore.

 

giovedì 28 novembre 2013

Il biopic: plasmare il personaggio

    La cinematografia da sempre ha offerto omaggio ai grandi personaggi esistiti e ai nomi noti che hanno lasciato la loro impronta nella storia o nella cultura di società di ogni tempo. E così il genere biografico ha offerto pellicole dedicate a personaggi sportivi, idoli di spettacolo, regnanti, diplomatici o strateghi militari. Oggi il biopic è uno dei generi ai quali ci siamo abituati e che offre di continuo sfaccettature e problematiche nuove a seconda del soggetto trattato.
E' questo il genere cinematografico più complesso sia dall'ottica dell'attore che dal punto di vista della regia?
   Nel caratterizzare il ruolo di un soggetto ideato per una pellicola, l'attore entra nel personaggio dandogli il suo volto, personificandolo a modo suo, mettendoci del personale. Ma quando si tratta di un personaggio reale, esistito, popolare, l'attore deve plasmarsi in lui e convertirsi all'immagine di quel personaggio per quelle stesse caratteristiche per le quali é noto al mondo.
Annullarsi in qualche modo e riforgiarsi, prestando solo il volto.
Presumibilmente questa è una delle prestazioni più difficoltose per ogni attore ma allo stesso modo potrebbe essere un validissimo metro di valutazione per mettere alla prova la potenzialità dello stesso interprete.
Re-interpretare un personaggio esistente é una prova problematica quindi per l' attore (così come lo é per la regia, che deve raccontare la realtà trascendendo solo di quel poco che basta a rendere “cinematografico” il soggetto e la sua storia), e la somiglianza fisica é solo uno dei punti di partenza e forse anche il meno significativo.
Assistiamo ad interpretazioni validissime di attori che hanno prestato il loro volto per raccontare personaggi e miti, trasportando il pubblico nel loro vissuto: Lady D, Marilyn Monroe, Charlie Parker, Andreotti, Hunt e Lauda o gli attesi Grace Kelly, Steve Jobs e Freddie Mercury...
   Bravura dell'interprete é certamente quella di evidenziare al meglio pregi e difetti del personaggio raccontato, rendendolo ancora vivo nel presente, come se stesse compiendo la sua storia nel momento in cui viene rappresentato il film.



Rush Official site: 
http://www.universalstudiosentertainment.com/rush/


Marylin Official site:
http://myweekwithmarilynmovie.com/


Jobs Official site:
http://thejobsmovie.com/










mercoledì 27 novembre 2013

"Cinepanettone" 2013. E si riaprono le danze.

   La firma indelebile di Neri Parenti riapre il sacrale appuntamento annuale natalizio. Avevamo tirato un sospiro di sollievo alla notizia della conclusione del ciclo infinito (forse uno dei più longevi nella storia del cinema) “Vacanze di Natale xxxx” e ora diamo il benvenuto (si fa per dire) al ciclo dei “Colpi...”. Abbiamo avuto Colpi di fulmine lo scorso anno e avremo a breve Colpi di fortuna (che fortuna!).
Il cast é quello supercollaudato come anche il pubblico seguace.
Un genere che può piacere o meno, non si discute, e che al di là della storia narrata (in genere proposta ad episodi) affronta temi attuali con ilarità, mostrando un'Italia (anzi, degli italiani) un po' pittoreschi. 
Il pubblico amante del genere cerca intrattenimento e distrazione leggera, ma si accontenta decisamente un po' troppo, diciamo la verità. Le situazioni banali, scontate e superficiali sono sotto tono, ragion per cui, i cinepanettoni sono considerati dalla critica più severa il vero neo della produzione italica.

Official site:
http://www.filmauro.it/

martedì 26 novembre 2013

Autorialità e cinema invisibile.

   Che le case di produzione vincolino i registi a scelte forzate (fino ad imporre il soggetto da rappresentare o il cast di interpreti) é una cosa nota, e che le pellicole, condizionate dagli ingenti capitali investiti dalla casa madre vengano immesse nella “grande distribuzione”, é altrettanto risaputo.
Ma il regista é uscito completamente di scena o ci sono pellicole che resistono al controllo dei colossi della produzione? 
Sono quelle poche pellicole ad uscire dalla distribuzione forzata, nascondendosi nel cinema di nicchia, dove possono essere apprezzate, oltre che per il loro contenuto artistico anche per quello tecnico. Un cinema d'autore insomma, ancora esistente, anche se raro. O recentemente definito cinema indipendente.
   Spesso si tratta di film che non si esauriscono al solo scopo di intrattenimento, ma film che raccontano con acuta oggettività il reale.
Non si parla unicamente di film autoprodotti (la tipologia più pura in assoluto, almeno dal punto di vista dell'autorialità), ma anche di film prodotti da case più o meno grandi, ma che abbiano vantato, nella percentuale maggiore possibile, del lavoro libero ed indipendente del regista.
   Autorialità (o in alcuni casi sarebbe più appropriato parlare di semi-autorialità)... i film invisibili ci sono eccome, e il fiuto dello spettatore esigente sarà sempre in grado di raggiungerli.

Un esempio di cinema d'autore: Eraserhead (1977) di Lynch.

Scheda tecnica Eraserhead:
http://www.imdb.com/title/tt0074486/?ref_=fn_al_tt_1

lunedì 25 novembre 2013

Oh Boy. Un caffé a Berlino.

   Interessante soggetto di Jan Ole Gerster che lo dirige quasi in stile neorealista, offrendo al pubblico un'opera originale e ben strutturata.
   La narratività é lineare, con una cadenza lenta ma non deludente. Ben caratterizzati i personaggi principali che vengono proposti uno dopo l'altro in una cronologia che racconta gli eventi di una sola giornata.

http://www.mymovies.it/film/2012/ohboy/poster/0/


   E per un giorno viviamo il quotidiano (per così dire "normale") di un personaggio mediocre, taciturno, apparentemente incomprensibile, da svelare. Scopriamo poi invece che tutto ciò che c'era da sapere di lui, in realtà ci é stato già detto, sin dall'inizio. Il cerchio si chiude con l'ultimo evento della giornata, ed é lì che capiamo di conoscere il personaggio.
   Simbolico il caffè che tanto sembra essere desiderato dal protagonista e che, nonostante i tentativi ripetuti, resta un miraggio, un qualcosa di non conquistabile. E bella la Berlino fotografica che viene raffigurata in maniera quasi svincolata dal tempo. In realtà la scelta di mostrarla in maniera più antiquata cade a pennello, dato i continui riferimenti storici nella vicenda (complice anche il bianco e nero presente in tutta la durata della pellicola, che viene percepito ancora più armoniosamente).
Prosodia lenta, personaggi ben caratterizzati, commenti musicali poco invadenti e una buona regia a sostegno di una trama semplice ma che offre spunti per una profonda riflessione.
Decisiva la figura (e ottima interpretazione) del personaggio del vecchio, che molto probabilmente contiene la chiave di lettura dell'intera storia e che porta il protagonista alla consapevolezza di sé..


   Ed ora... può godersi il suo caffè.


Official site:
http://www.ohboy.x-verleih.de/

Scheda tecnica:
http://www.imdb.com/title/tt1954701/?ref_=ttexst_exst_tt

domenica 24 novembre 2013

Il cinema francese e la sua scalata.

    La Francia della Nouvelle Vague, quel cinema degli anni '50 divenuto punto di riferimento per grandi cineasti, ha lasciato un'impronta indelebile nell'arte cinematografica francese. Ma il ricordo di quel modello tanto sublime (vuoi per la crisi, vuoi per le mode...) é scolorito nel tempo, ritrovando il suo vigore solo recentemente.
Ma il cinema francese odierno vive ancora della venerazione di quel passato o si impone rinnovato sul panorama europeo e mondiale? 




http://www.mymovies.it/film/2013/moodindigo/poster/0/


   Pensando a nomi come Luc Besson ed al suo genere d'azione, o ai giovani registi che stanno sperimentando con creatività nuovi stili proponendo opere come Transporter, Quasi Amici o prodotti più visionari come Mood Indigo, é piuttosto comprensibile come oggi, la Francia, si proponga con dignità assoluta nel mondo del cinema europeo e mondiale.
Seconda in Europa solo al cinema inglese, e superata dal cinema asiatico e hollywoodiano, la Francia, che ha vissuto di rendita del suo periodo d' oro, dopo un periodo di mediocrità, è rifiorita nello stile, conquistando un posto di degno rispetto, priva però dell'autorialità e freschezza scenografica della quale é stata capace nell'era post bellica.
   Con quali nomi la Francia é andata alla rimonta?
Certamente registi come Besson, Leterrier, Aja, Marchal, Siri, hanno condotto in primis questa scalata, e tra gli attori che si sono saputi distinguere al meglio vanno ricordati Luchini e Jean Dujardin insieme agli intramontabili Eva Green, Jean Reno, Gerard Depardieu e Vincent Cassel.
   Sovrastimato no quindi e non il migliore, ma con dei tratti tipicamente suoi: le pellicole francesi vantano una buona narratività ed una pregiata attenzione al soggetto, e l'inconfondibile sofisticatezza nell'umorismo.
Dall'alpagueur ai più recenti L'odio o La ragazza sul ponte, per giungere a commedie moderne come Giù al nord o Quasi amici, anche i temi più complessi vengono proposti senza ripiegare su una falsa retorica o su un sentimentalismo negativo. 

 
   

martedì 19 novembre 2013

Ken Jeong. Dalla medicina al cinema.

Chi non ha riso alle battute di Mr. Chow in Una Notte da Leoni & sequel?!?
   
   Un volto espressivo, una simpatia genuina e tanta voglia di recitare divertendosi. 
Questo giovane internista ha abbandonato il mondo della medicina per dedicarsi alla sua grande passione di sempre, la recitazione. E lo ha fatto in modo spontaneo e scatenato, offrendo interpretazioni caratterizzate dalla sua stessa spiccata personalità. Nella pellicola originale di Cattivissimo Me 2 lo ritroviamo a dar voce a Floyd, un personaggio spassosissimo. Ma la sua filmografia é comunque variegata e lo vede solito interpretare personaggi molto carismatici (nel bene e nel male!).
   Uno dei suoi tanti volti ha fatto ridere l'America e non solo...



giovedì 14 novembre 2013

Il ritmo visivo e sonoro in Kubrick.

   Sono molte le sequenze sceniche nei film di Kubrick ad essere pensate come una coreografia e tante si armonizzano alla perfezione con il tema musicale che l'accompagnano.
2001: Odissea nello Spazio, Arancia Meccanica, Barry Lyndon... alcuni tra i suoi film dove musica e immagini si completano dall'inizio alla fine.

    La Nona Sinfonia di Beethoven che si integra magistralmente con le immagini di Arancia Meccanica o la sequenza in cui Redmond Barry seduce Lady Lyndon, sono solo due tra le maggiormente funzionali al ritmo visivo e sonoro. 
Un bellissimo Piano Trio di Schubert che accompagna lo scambio di sguardi al tavolo da gioco. E tutto si muove come in un balletto. 

Barry Lyndon Scheda tecnica:


"Kubrick sembra pensare, concepire musicalmente intere sequenze. Sembra partire dalla musica per giungere al film" (Roberto Pugliese).

E questo aspetto della sua tecnica lo si può facilmente cogliere in "2001: Odissea nello spazio" ...


Odissea nello spazio Scheda tecnica:


... così come in Arancia Mecccanica ... 

Arancia meccanica Scheda tecnica:


... o in Eyes Wide Shut.

Eyes Whide Shut Scheda tecnica: 




mercoledì 13 novembre 2013

I CineEvergreen. Scent of a Woman

 
" ... non c'è possibilità di errore nel tango, non è come la vita, è più semplice. Per questo il tango è così bello, commetti uno sbaglio ma non è mai irreparabile, seguiti a ballare. "






Profumo di donna (Scent of a woman), 1992
Colonnello Frank Slade (Al Pacino)
Regia di Martin Brest
Fonte Citazione: mymovies.it

"Il Mito: da Guerre Stellari a Star Wars" Museo del Manifesto Cinematografico Milano

E rivive dall'8 novembre 2013 al 7 febbraio 2014 Star Wars a Milano. 


Imperdibile appuntamento per i nostalgici e per chi vuole scoprire il mondo esistito dietro a questo mito del cinema.
Il cuore dell'esposizione riguarda le pellicole 35mm distribuite dal 1977 fino ai moderni Blu-ray Disc in alta definizione dei film, i manifesti cinematografici più rari e la riproduzione in scala dei droidi.
Non mancano spazi più “alternativi” che ospitano le riproduzioni dei setting e delle astronavi più famose, la cameretta dello Jedi e il diorama della battaglia tra Alleanza Ribelle e Impero Galattico.
Figuranti in costume della "501st Legion" e della "Rebel Legion", proiezioni, incontri a tema e molto altro... Un grande omaggio al mondo di Star Wars.


martedì 12 novembre 2013

Tecnica cinematografica: la videocamera amatoriale a mano

   La tecnica di ripresa amatoriale da una camera a braccio é il moderno espediente che offre all'inquadratura una singolare angolazione di prospettiva e allo spettatore un gran mal di testa! Divenuta piuttosto usuale nelle pellicole di genere horror di recente generazione, in origine caratterizzava il docu-film, il racconto tramite un solo punto di vista, una sola visuale, quella del protagonista, il cui braccio appunto, muove la camera da presa. 
E siamo tutti lì, incastrati in quella porzione di visione e l'obiettivo è l'unico occhio che noi spettatori possiamo avere. Coinvolgente ma... stancante, soprattutto considerando gli sbalzi che subisce la telecamera, la mancanza di inquadrature stabili e le zoomate improvvise che testimoniano il dito poco esperto tipico della ripresa amatoriale.


   "Cloverfield", "Live!", "The Blair Witch Project", "Cannibal Holocaust", "Quarantena" (e i vari cloni Rec, ecc …), sono tra le pellicole che hanno sposato questa tecnica. Qualcuna di esse, bisogna ammettere, lo ha fatto con maestria, conferendo allo spettatore quell'ansia genuina richiesta dalla pellicola stessa. La ripresa da una camera di scarsa qualità può essere considerata molto più “realistica”, soprattutto se se si parla di un horror. Altre, purtroppo, hanno sfruttato questo espediente  per puro diversivo, quale disperato tentativo di arricchire con la tecnica un contenuto scarno nella struttura e nella sostanza. Probabilmente pellicole come "Live! Ascolti record al primo colpo" sono da inserire nella categoria “tentativo disperato”.

Prodotti come Cloverfield, Rec, The Blair witch project e simil, hanno per parte loro una motivazione più plausibile per l'uso della ripresa amatoriale, che é inserita naturalmente nella storia. Questo rende più familiare e digeribile allo spettatore la visione sin dall'inizio del film, anche se parlando di digeribilità, il discorso si complica. Ripensando a Cloverfield, per esempio, non possono non tornare in mente quelle (tante) sequenze del girato in movimento che vengono realizzate correndo (anzi.. scappando!). Tra i non sostenitori delle riprese “mobili” c'è chi trova limitante il fatto che venga proposta una sola ottica di inquadratura, come se il film fosse raccontato da un unico punto di vista non oggettivo, che non permette allo spettatore di esserne coinvolto.


   Mal di testa o puro coinvolgimento quindi?... C'è chi ama questa tecnica per il realismo della prospettiva nel quale potersi riconoscere, e chi invece la odia, proprio per gli effetti collaterali. Esprimere un giudizio definitivo ovviamente é piuttosto improbabile dato che, come al solito, é il prodotto filmico in questione che fa la differenza. 
L'uso di questa pratica é certamente una scelta importate che decreta la struttura dell'intera pellicola e l'abusarne non é certo di valore aggiunto al film, anzi.
Come ogni tecnica, c'è chi la usa con sapienza e chi ne abusa. Il risultato é un sicuro effetto shock (in positivo e in negativo) che però non sempre ti fa dire “Wow! Che film!”.


Cloverfield Official site:  
http://www.paramount.com/

Scheda tecnica:
http://www.imdb.com/title/tt1060277/?ref_=ttexst_exst_tt

sabato 9 novembre 2013

Jennifer Lawrence: spontaneità senza copione

Impacciata sul red carpet, un po' goffa e genuina. 
Con lei é arrivata una ventata fresca che (fortunatamente) si é portata via un po' del divismo al quale ci hanno fatto abituare i Big di Hollywood. Fuori dal set la vediamo essere una “macchietta” che per niente somiglia ai personaggi che l'hanno resa nota. Immagineremmo mai una Katniss Everdeen dire al Letterman Show “Sorry! There was phlegm!”?! No.  

Ebbene Jennifer Lawrence continua a far parlare di sé nel bene e nel male (qualche papera di troppo...) ma continua a regalare interpretazioni convincenti. Tanto diversa dalle sue giovani colleghe che si calano con facilità, e prematuramente, nel ruolo di Diva o che, agli antipodi, risultano un pò antipatiche per la loro manifesta non affinità con le telecamere da show (parliamo di Kristen Stewart per caso?), la Lawrence è oggi tra le più apprezzate dalla critica. 

A 22 anni ha festeggiato il suo Oscar come migliore attrice ed il suo pubblico oggi aspetta di vederla crescere ancora. E se dovesse cadere? Bèh, mentre saliva sul palco nella notte degli Oscar 2013 ha dimostrato di sapersi rialzare con ilarità! :)






Il suo trio fortunato: Un gelido inverno, Il lato positivo, Hunger Games.

martedì 5 novembre 2013

Bunraku


Regia e Sceneggiatura: Guy Moshe
Anno: 2010
Genere: Azione-Thriller-Fantasy
Soggetto: Boaz Davidson
Fotografia: Juan Ruiz Anchìa
Musica: Terence Blanchard
Scenografia: Chris Farmer - Malcolm Stone

Cast:
Josh Hartnett / Il Vagabondo
Gackt / Yoshi
Woody Harrelson / Barista
Rob Perlman / Nicola - Killer N°1
Kevin McKidd / Killer N°2
Demi Moore / Alexandra
Emily Kaiho / Momoko



A proposito di Bunraku:

… Un po' Sin City, un po' The Spirit con un aggiunta in stile game ed una scenografia fumettistica accattivante. In Bunraku i personaggi si muovono come marionette in un setting da vignetta che richiede certamente grande inventiva e creatività scenografica (con l'aiuto ovviamente dei dovuti effetti speciali).
Atteso da tempo anche dai fans di Gackt, curiosi di vederlo nei panni del Samurai, Bunraku ha ampiamente soddisfatto il target amante delle pellicole stile game. E il mondo di personaggi che popola questo film é un mondo fatto di arti marziali, di colpi messi a segno scanditi dai classici jingle di video gioco.

Soggetto

Un cowboy che attende di accendere la sua sigaretta a vendetta consumata. Un samurai seguace dello Jin del Bushido. Un Killer, l'uomo più potente ad est dell'Atlantico. Una donna, la sua donna. Un barista zoppicante saggio.
I personaggi hanno una loro storia che li accompagna per tutta la vicenda e che segnerà le loro sorti. Due eroi che si uniscono per combattere un nemico comune e che li condurrà ad una lotta per la libertà e l'indipendenza. E' la storia del genere umano sotto spoglie più originali dalle solite alle quali siamo abituati. La vicenda di uomini sottomessi ad altri che si ribellano per vivere liberi. Una storia di responsabilità personale insomma (nel film stesso c'è un esplicito riferimento).
E' un film per tutti, per i più e meno giovani, amanti di questo genere particolare e non.

La trama in breve:

Nicola e il suo seguito di Killer impone la sua legge da tempo, scaturendo terrore attraverso la sottomissione. Ognuno deve rispettare le sue regole e pagare il proprio tributo senza discutere. Un giorno, un treno porta due solitari viaggiatori a compiere il loro destino. Due sconosciuti che si scontrano prima tra loro sotto l'occhio saggio del maestro “servitore di drink”, che li indirizza sulle tracce di Nicola, comune nemico. Il cowboy, per vendicare il padre ucciso anni prima, e il samurai, per riappropriarsi di un medaglione appartenuto alla sua famiglia, conquistano la vittoria passando, uno per uno, i killer spietati dei quali Nicola “il taglialegna” si serve. E ultimo sarà proprio lui, il killer numero 1.

Tecnicamente... il film:

   Ottima rappresentazione scenografica di un mondo fatto per le marionette. Particolarmente attraenti sono le riproduzioni originalissime della piazza dell'orologio, scenario di battaglia con la banda dei “bulli”, le montagne che nascondono l'accampamento dei killer, e il picco altissimo dove sorge il tempio nipponico di Nicola.  
 Uno spettatore attento non si annoierà di certo a notare i dettagli che animano la pellicola, dagli originalissimi elementi coreografici degli alberi, modellati con semplicissima carta pesta, i richiami sonori da video gioco, che scandiscono i colpi messi a segno durante il combattimento nella prigione, le vedute dall'alto delle strade urbane trafficate da macchinine da luna park ecc... Insomma tanti input visivi e sonori che attirano l'attenzione e che non distraggono comunque dalla visione d'insieme del film.
 

  Attraente la presenza di una voce fuori campo che intervalla i dialoghi e crea una sorta di narratore onniscente. Monologhi riflessivi scanditi dalla voce narrante di Mike Patton, istruiscono lo spettatore al momento appropriato e senza far perdere l'attenzione dalla scena principale.
I combattimenti sono il punto di forza di una pellicola già vivace di per sé, e che si diversificano a seconda dell'ambiente di sfondo e dall'azione dei protagonisti. Bella la sequenza di colpi messi a segno da uno dei due protagonisti all'interno della prigione, il Viandante in questo caso, che entra dall'ingresso superiore e sorpassa i settori della struttura esattamente come se conquistasse i vari livelli in un video gioco.

Emozionante la serie di scontri combattuti a coppie nelle sequenze finali del film, tra porte scorrevoli che si aprono e chiudono e lasciano intravedere in trasparenza cosa accade. Lo scorrere delle porte segna proprio il passaggio da un combattimento con un killer ad un altro, fino ad arrivare agli ultimi due più temuti, il killer N°2 e Nicola, killer N°1.

Doveroso a questo proprosito spendere due parole proprio per il killer N°2, interpretato da Kevin McKidd (noto in Grey's Anatomy ma già visto in Un amore di testimone o in Hannibal Lecter le origini del male).


Elegante e raffinato in un abito grigio, sinuoso nei combattimenti e letale con un bastone da passeggio che cela un pungolo mortale. Tiene con delicatezza una sciarpa leggerissima in mano mentre combatte, volteggiando come in una danza durante ogni duello. Bravo McKidd dunque! Una interpretazione convincente per un ruolo non certo facile da caratterizzare con decisione. E c'é riuscito bene!
    
   
Accattivante l'idea di far scorrere sul primo piano dei 9 killer (e con un richiamo sonoro evidente) il numero identificativo di ognuno di loro, di volta in volta che compaiono sulla scena. Così conosciamo ogni killer e così prendiamo coscienza del corposo esercito del boss Nicola.


 Tiriamo le somme:

Giudizio più che positivo per una pellicola particolare e di effetto che coglie, caricaturandoli ed estremizzandoli, i ruoli stereotipati dell'eroe, del boss e del saggio maestro. 
 
Poetica la figura femminile di lei che si disonora abbandonando il suo amato per vendersi al male. Altrettanto simbolica la frase “sempre c'é qualcuno più forte di te” ripetuta in più occasione durante i dialoghi e che condensa la morale principale della vicenda.

Nota da ricordare:

Consigliata la visione del film in lingua originale. La traduzione italiana uscita più o meno di recente tra l'altro non é affatto all'altezza della versione originale. La sfumatura poetica della voce narrante fuori campo si perde assolutamente nella nostra traduzione. Da ammettere inoltre che le note calde e profonde del timbro vocale di Josh Hartnett non trovano un degno corrispettivo nella versione tradotta. Facili ed intuibili i dialoghi originali (anche perché ben scanditi e di lenta prosodia), il film è adatto anche alle orecchie meno allenate. C'é poco slang americano quindi vale la pena una visione non tradotta!

Narrazione: lineare o a blocchi?

   Già dai tempi delle favole ci siamo abituati al percorso narrativo classico, quello che si apre con un antefatto, lo scatenarsi di un evento, una complicazione dell'azione, uno “scontro” e una risoluzione (con esito positivo o negativo che sia). 
Esistono poi valide alternative al narrato lineare che rendono (almeno strutturalmente parlando) una pellicola più complessa e intricata. Offrire una chiave di lettura da assemblare durante tutto il percorso filmico, unendo i tasselli che vengono spalmati senza un ordine intuibile, é prerogativa dei narrati detti a blocchi o “a spirale” (a seconda delle loro sfaccettature).
Determinate tecniche si prestano sicuramente meglio a certi tipi di film e meno ad altri. Da considerare inoltre l'agilità mentale (e qualità dell'attenzione) con la quale lo spettatore deve fare i conti di fronte ad una cronologia meno lineare.
Che sia più affascinante l'una o l'altra tecnica narrativa è sicuramente questione di gusti (e di pellicola!).

Ma chi sono i maestri della narrazione a blocchi?

   Probabilmente non esiste regista che abbia basato la sua carriera su un narrato alternativo prediligendolo a quello lineare, pur ricorrendovi spesso. Ma una possibile classifica dei registi che hanno saputo sfruttare narrazioni complesse si aprirebbe ipoteticamente con Robert Altman
Tecnicamente sofisticata la struttura di opere come Nashville (1975), Short Cuts (America Oggi, 1993), e il suo, anche se meno riuscito in tal senso, Prêt-à-Porter (1994). In Altman si incastonano perfettamente interi blocchi di sequenze in una destrutturazione complessiva del tempo.  
In classifica comparirebbero anche tentativi, ottimamente riusciti, di registi come Paul McGuigan ed il suo Lucky Number Slevin (2006), Paul Thomas Anderson con Magnolia (1999) e prima ancora Luis Buñuel (anche se citare lui é un gioco un po' sporco dato che si é cimentato nei generi più disparati). 
E Pulp Fiction? No, non lo lasciamo indietro. Tarantino ha saputo offrire una struttura dinamica ed articolata già dai suoi tempi, tornando ad allenarsi con i suoi Kill Bill (che ha assemblato nei 2 volumi ovviamente con una cronologia di eventi non lineare).Memento di Nolan potrebbe essere invece l'esempio di una destrutturazione temporale poco riuscita, che non é di valore aggiunto al film ma che probabilmente ne lede in parte il suo significato.

Parliamo solo di grande schermo o anche di prodotti cinematografici destinati al piccolo schermo?

    Ciò che Altman fece per il grande schermo si potrebbe dire che i registi di Lost lo fecero per il piccolo. Una esposizione strutturale a comparti, decisamente accattivante, fa da base ad un codice narrativo da decifrare. Lost é stata una delle serie televisive che hanno aperto le porte anche al piccolo schermo ad un genere sofisticato ed inusuale di strutturazione temporale. Il pubblico ci si é abituato presto parrebbe, continuando ad apprezzare questa particolarità stilistica nelle serie di ultima generazione, altrettanto fortunate quanto Lost.
Da temere nella narrazione a blocchi: quel concatenarsi forzoso di eventi poco significativi, ed una conseguente pochezza d'organicità d'insieme della pellicola.