martedì 5 novembre 2013

Bunraku


Regia e Sceneggiatura: Guy Moshe
Anno: 2010
Genere: Azione-Thriller-Fantasy
Soggetto: Boaz Davidson
Fotografia: Juan Ruiz Anchìa
Musica: Terence Blanchard
Scenografia: Chris Farmer - Malcolm Stone

Cast:
Josh Hartnett / Il Vagabondo
Gackt / Yoshi
Woody Harrelson / Barista
Rob Perlman / Nicola - Killer N°1
Kevin McKidd / Killer N°2
Demi Moore / Alexandra
Emily Kaiho / Momoko



A proposito di Bunraku:

… Un po' Sin City, un po' The Spirit con un aggiunta in stile game ed una scenografia fumettistica accattivante. In Bunraku i personaggi si muovono come marionette in un setting da vignetta che richiede certamente grande inventiva e creatività scenografica (con l'aiuto ovviamente dei dovuti effetti speciali).
Atteso da tempo anche dai fans di Gackt, curiosi di vederlo nei panni del Samurai, Bunraku ha ampiamente soddisfatto il target amante delle pellicole stile game. E il mondo di personaggi che popola questo film é un mondo fatto di arti marziali, di colpi messi a segno scanditi dai classici jingle di video gioco.

Soggetto

Un cowboy che attende di accendere la sua sigaretta a vendetta consumata. Un samurai seguace dello Jin del Bushido. Un Killer, l'uomo più potente ad est dell'Atlantico. Una donna, la sua donna. Un barista zoppicante saggio.
I personaggi hanno una loro storia che li accompagna per tutta la vicenda e che segnerà le loro sorti. Due eroi che si uniscono per combattere un nemico comune e che li condurrà ad una lotta per la libertà e l'indipendenza. E' la storia del genere umano sotto spoglie più originali dalle solite alle quali siamo abituati. La vicenda di uomini sottomessi ad altri che si ribellano per vivere liberi. Una storia di responsabilità personale insomma (nel film stesso c'è un esplicito riferimento).
E' un film per tutti, per i più e meno giovani, amanti di questo genere particolare e non.

La trama in breve:

Nicola e il suo seguito di Killer impone la sua legge da tempo, scaturendo terrore attraverso la sottomissione. Ognuno deve rispettare le sue regole e pagare il proprio tributo senza discutere. Un giorno, un treno porta due solitari viaggiatori a compiere il loro destino. Due sconosciuti che si scontrano prima tra loro sotto l'occhio saggio del maestro “servitore di drink”, che li indirizza sulle tracce di Nicola, comune nemico. Il cowboy, per vendicare il padre ucciso anni prima, e il samurai, per riappropriarsi di un medaglione appartenuto alla sua famiglia, conquistano la vittoria passando, uno per uno, i killer spietati dei quali Nicola “il taglialegna” si serve. E ultimo sarà proprio lui, il killer numero 1.

Tecnicamente... il film:

   Ottima rappresentazione scenografica di un mondo fatto per le marionette. Particolarmente attraenti sono le riproduzioni originalissime della piazza dell'orologio, scenario di battaglia con la banda dei “bulli”, le montagne che nascondono l'accampamento dei killer, e il picco altissimo dove sorge il tempio nipponico di Nicola.  
 Uno spettatore attento non si annoierà di certo a notare i dettagli che animano la pellicola, dagli originalissimi elementi coreografici degli alberi, modellati con semplicissima carta pesta, i richiami sonori da video gioco, che scandiscono i colpi messi a segno durante il combattimento nella prigione, le vedute dall'alto delle strade urbane trafficate da macchinine da luna park ecc... Insomma tanti input visivi e sonori che attirano l'attenzione e che non distraggono comunque dalla visione d'insieme del film.
 

  Attraente la presenza di una voce fuori campo che intervalla i dialoghi e crea una sorta di narratore onniscente. Monologhi riflessivi scanditi dalla voce narrante di Mike Patton, istruiscono lo spettatore al momento appropriato e senza far perdere l'attenzione dalla scena principale.
I combattimenti sono il punto di forza di una pellicola già vivace di per sé, e che si diversificano a seconda dell'ambiente di sfondo e dall'azione dei protagonisti. Bella la sequenza di colpi messi a segno da uno dei due protagonisti all'interno della prigione, il Viandante in questo caso, che entra dall'ingresso superiore e sorpassa i settori della struttura esattamente come se conquistasse i vari livelli in un video gioco.

Emozionante la serie di scontri combattuti a coppie nelle sequenze finali del film, tra porte scorrevoli che si aprono e chiudono e lasciano intravedere in trasparenza cosa accade. Lo scorrere delle porte segna proprio il passaggio da un combattimento con un killer ad un altro, fino ad arrivare agli ultimi due più temuti, il killer N°2 e Nicola, killer N°1.

Doveroso a questo proprosito spendere due parole proprio per il killer N°2, interpretato da Kevin McKidd (noto in Grey's Anatomy ma già visto in Un amore di testimone o in Hannibal Lecter le origini del male).


Elegante e raffinato in un abito grigio, sinuoso nei combattimenti e letale con un bastone da passeggio che cela un pungolo mortale. Tiene con delicatezza una sciarpa leggerissima in mano mentre combatte, volteggiando come in una danza durante ogni duello. Bravo McKidd dunque! Una interpretazione convincente per un ruolo non certo facile da caratterizzare con decisione. E c'é riuscito bene!
    
   
Accattivante l'idea di far scorrere sul primo piano dei 9 killer (e con un richiamo sonoro evidente) il numero identificativo di ognuno di loro, di volta in volta che compaiono sulla scena. Così conosciamo ogni killer e così prendiamo coscienza del corposo esercito del boss Nicola.


 Tiriamo le somme:

Giudizio più che positivo per una pellicola particolare e di effetto che coglie, caricaturandoli ed estremizzandoli, i ruoli stereotipati dell'eroe, del boss e del saggio maestro. 
 
Poetica la figura femminile di lei che si disonora abbandonando il suo amato per vendersi al male. Altrettanto simbolica la frase “sempre c'é qualcuno più forte di te” ripetuta in più occasione durante i dialoghi e che condensa la morale principale della vicenda.

Nota da ricordare:

Consigliata la visione del film in lingua originale. La traduzione italiana uscita più o meno di recente tra l'altro non é affatto all'altezza della versione originale. La sfumatura poetica della voce narrante fuori campo si perde assolutamente nella nostra traduzione. Da ammettere inoltre che le note calde e profonde del timbro vocale di Josh Hartnett non trovano un degno corrispettivo nella versione tradotta. Facili ed intuibili i dialoghi originali (anche perché ben scanditi e di lenta prosodia), il film è adatto anche alle orecchie meno allenate. C'é poco slang americano quindi vale la pena una visione non tradotta!

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