martedì 5 novembre 2013

Narrazione: lineare o a blocchi?

   Già dai tempi delle favole ci siamo abituati al percorso narrativo classico, quello che si apre con un antefatto, lo scatenarsi di un evento, una complicazione dell'azione, uno “scontro” e una risoluzione (con esito positivo o negativo che sia). 
Esistono poi valide alternative al narrato lineare che rendono (almeno strutturalmente parlando) una pellicola più complessa e intricata. Offrire una chiave di lettura da assemblare durante tutto il percorso filmico, unendo i tasselli che vengono spalmati senza un ordine intuibile, é prerogativa dei narrati detti a blocchi o “a spirale” (a seconda delle loro sfaccettature).
Determinate tecniche si prestano sicuramente meglio a certi tipi di film e meno ad altri. Da considerare inoltre l'agilità mentale (e qualità dell'attenzione) con la quale lo spettatore deve fare i conti di fronte ad una cronologia meno lineare.
Che sia più affascinante l'una o l'altra tecnica narrativa è sicuramente questione di gusti (e di pellicola!).

Ma chi sono i maestri della narrazione a blocchi?

   Probabilmente non esiste regista che abbia basato la sua carriera su un narrato alternativo prediligendolo a quello lineare, pur ricorrendovi spesso. Ma una possibile classifica dei registi che hanno saputo sfruttare narrazioni complesse si aprirebbe ipoteticamente con Robert Altman
Tecnicamente sofisticata la struttura di opere come Nashville (1975), Short Cuts (America Oggi, 1993), e il suo, anche se meno riuscito in tal senso, Prêt-à-Porter (1994). In Altman si incastonano perfettamente interi blocchi di sequenze in una destrutturazione complessiva del tempo.  
In classifica comparirebbero anche tentativi, ottimamente riusciti, di registi come Paul McGuigan ed il suo Lucky Number Slevin (2006), Paul Thomas Anderson con Magnolia (1999) e prima ancora Luis Buñuel (anche se citare lui é un gioco un po' sporco dato che si é cimentato nei generi più disparati). 
E Pulp Fiction? No, non lo lasciamo indietro. Tarantino ha saputo offrire una struttura dinamica ed articolata già dai suoi tempi, tornando ad allenarsi con i suoi Kill Bill (che ha assemblato nei 2 volumi ovviamente con una cronologia di eventi non lineare).Memento di Nolan potrebbe essere invece l'esempio di una destrutturazione temporale poco riuscita, che non é di valore aggiunto al film ma che probabilmente ne lede in parte il suo significato.

Parliamo solo di grande schermo o anche di prodotti cinematografici destinati al piccolo schermo?

    Ciò che Altman fece per il grande schermo si potrebbe dire che i registi di Lost lo fecero per il piccolo. Una esposizione strutturale a comparti, decisamente accattivante, fa da base ad un codice narrativo da decifrare. Lost é stata una delle serie televisive che hanno aperto le porte anche al piccolo schermo ad un genere sofisticato ed inusuale di strutturazione temporale. Il pubblico ci si é abituato presto parrebbe, continuando ad apprezzare questa particolarità stilistica nelle serie di ultima generazione, altrettanto fortunate quanto Lost.
Da temere nella narrazione a blocchi: quel concatenarsi forzoso di eventi poco significativi, ed una conseguente pochezza d'organicità d'insieme della pellicola.

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