lunedì 16 dicembre 2013

Indagine sulla tecnica cinematografica. The Shining, un esempio di cinema come immaginario dell’orrore.

   Non la recensione, ma il tentativo di un'indagine sulla tecnica cinematografica di una pellicola icona del cinema d'orrore e non solo. 
Sospeso fino alla fine come un labirinto del senso, The Shining imprigiona nella soglia dubitativa. Nato da un testo letterario, omonimo romanzo di Stephen King del 1977, è il prodotto cinematografico di Stanley Kubrick, diretto per il grande schermo nel 1980.

La storia in 100 parole: 
    
   Divenuto il guardiano dell'Overlook Hotel, Jack vi si stabilisce con la moglie Wendy e il figlioletto Danny durante la chiusura invernale. Isolati dal resto del mondo, iniziano ad accadere fatti sorprendentemente inquietanti. Danny ha la visione di due bambine assassinate, e Jack intraprende colloqui solitari con il precedente guardiano dell'albergo, morto suicida, entrando in una sintonia mostruosa con l'antico vissuto dell’hotel.
Preda di una follia omicida, nel tentativo di uccidere il figlio, Jack muore e di lui si ha la visione finale in una vecchia foto che ritrae una festa del 4 luglio 1921. Jack era al centro del gruppo.


https://www.facebook.com/KubrickShining

 

Significati e significanti:


Il viaggio. L’incipit del film è l’inizio del viaggio verso un mondo che gli spettatori ignorano ancora. Dalla veduta aerea di un auto la camera da presa ci permette di seguire questo percorso.
L’Overlook Hotel. Maestoso e desolato, è metafora di una coscienza vivente, che assiste agli eventi. Lui li narra nel film dalla sua ottica. Significativa la scelta del nome dato da King: to overlook significa dominare, guardare dall’alto.
Il doppio. Presenza emblematica è il compagno immaginario del figlioletto, che lui chiama Tony. Un efficace doppio, un' esistenza accanto a lui. Tony, lo shining (traducibile come luccicanza, o luccichìo), permette a Danny di vedere  le tracce di ciò che é avvenuto di brutto nel passato.
Il nutrirsi. Kubrik fa leva su uno dei terrori ancestrali infantili presenti nelle fiabe: il nutrirsi, i luoghi e gli oggetti del cibo, connessi alla paura di essere divorati. La dispensa in cui viene rinchiuso Jack, il coltello con cui Wendy si difende, e i riferimenti del mangiare nei dialoghi “Mi dovrò riempire le tasche di briciole di pane per non perdermi” o “Ti piace l’agnello, Doc?” (é il cuoco a porre tale domanda, lui che sarà proprio l’agnello sacrificale per la salvezza del bambino).
Il labirinto. Elemento evocativo di significati antichi: un santuario inaccessibile, simbolo della complessità dell'inconscio. Il labirinto è la chiave di lettura del film.
L'identificazione del vivo col defunto. Avviene quando Grady dice a Jack di essere sempre stato lui il guardiano. Tale consapevolezza comporta la ripetizione del gesto che era già stato richiesto al signor Grady.
Fusione tra personaggio e interprete. Vincente è la fusione ideale (e rara) tra attore e il suo ruolo, nella forse più riuscita interpretazione di Nicholson, con i suoi continui cambiamenti di maschera, feroce e ironica.
Il tempo. Il tempo cadenza la follia che viene svelata distribuendo con maestria gli indizi.
I dialoghi. Conversazioni (apparentemente) solitarie di Jack, alle quali prendono parte personaggi arcani. Il piano bar gremito di persone in abito da sera e l’incontro con l’uomo dietro al bancone, materializzano una follia che sta per concretizzarsi.
L’estremo avvertimento. Il figlio allerta la madre della minaccia incalzante con quella scritta pungente sulla porta della sua stanza, Redrum, che, composta al rovescio, contiene il messaggio inequivocabile, murder
La presa di coscienza. Wendy prende coscienza per ultima di ciò che accade e difenderà suo figlio da un massacro ingiustificato. Comprenderà l'esistenza della quale vive l’hotel e le entità che vivono di una realtà passata ma ancorata nel presente.
La soluzione logica. Lo spettatore ipotizza una soluzione logica del dramma alla fine del film, nella sequenza della morte del protagonista all’interno del labirinto.
Ribaltamento temporale. Il mistero si riapre e un dubbio assale nuovamente il pubblico. La foto del 1921 svela lo sfasamento cronologico di cui Kubrick esalta la potenzialità. 
Lo svelamento. Scioccante la conclusione del film che racconta ciò che credevamo fosse una follia, e che si svela per ciò che è davvero: Jack é sempre stato parte dell'hotel e la foto lo dimostra attestando la sua resurrezione perenne.

La tecnica di Kubrick:

   
  Kubrick sfrutta sapientemente la tecnica stilistica del doppio movimento speculare e simmetrico, e la macchina da presa avanza e arretra creando forte empatia. Un espediente di raffinato impatto emotivo adottato nella scena in cui Danny vede le gemelle, assassinate dallo stesso padre: le immagini alternano il viso di Danny e le bambine massacrate (le immagini lasciano intendere che il bambino vede nel passato l’uccisione delle bimbe). Le gemelle immobili guardano la telecamera ma i piani tra una sequenza e l’altra sono ravvicinati. I corridoi usati nelle riprese sono diversi. 

Nella seconda scena il corridoio è meno profondo di quello della precedente, e questo rende le gemelle inaspettatamente avanzate verso l’obiettivo (e verso Danny).

    Alla staticità di inquadrature, degli ambienti ripresi dall’alto, dei campo e controcampo, si oppone la dinamicità della steadicam. E' un sistema di stabilizzazione di immagini oggi obsoleto, ma usato negli anni '80 per seguire l’oggetto in movimento senza perdita di fluidità, evocando la sensazione di accompagnare il soggetto e creando vicinanza e realtà di movimento. Un supporto lega la macchina da presa all’operatore (indispensabile nei cambi di direzione improvvisi), e l'effetto è angosciante. Belle le riprese che “rincorrono” materialmente il triciclo di Danny nei corridoi dell’albergo... regalando un trasporto ossessivo e che non rompe mai la simmetria col personaggio sulla scena. 

    Coinvolgente la sequenza scenica di Jack con la giovane donna che lo seduce nella camera 237 e che si tramuta poi in una vecchia in decomposizione. 

Sequenza che anticipa gli stessi movimenti di Jack e Wendy sulle scale nella scena successiva: il cadavere della donna nella vasca, Jack indietreggia mentre la macchina da presa procede verso di lui. La vecchia avanza e la macchina da presa arretra. Ancora, Jack indietreggia e la camera lo segue. Colpisce di questa sequenza il continuo cambiamento di prospettive.
 
   Il punto di rottura decisivo della suspance si ha nella sequenza scenica che probabilmente è tra le immagini più note nella storia del cinema. Icona del delirio, un Jack Nicholson il cui volto è l’immagine della follia omicida, sfonda le assi della porta della camera dove si è nascosta Wendy, ed il volto di lei è immagine stessa della paura.

    Lo stile registico di Kubrick, delle vedute aeree a bassa quota e in avanti, sarà la tecnica che caratterizzerà il cinema horror per tutto il decennio successivo. 
L'inesorabilità di esterni desolati alternate a riprese di interni dalle tinte angoscianti, con un richiamo spasmodico del sangue.
La luce infrange le regole dell’horror: l'oscurità non è rappresentata nella sua valenza tipica. La luce artificiale é perennemente accesa e, non scandendo i giorni e le notti, annulla il confine tra reale e immaginario.
L’inquadratura, come il lago o l’auto all’inizio del film, con la telecamera che va incontro all’oggetto, lo fa sembrare in movimento. Le inquadrature sono simmetriche, di solito c’è la montagna sulla destra, il burrone a sinistra e così via.
Il tono inquietante delle riprese è sostenuto soprattutto dal commento musicale del brano Songe d’une nuit du Sabbat, tratto dalla Symphonie fantastique, opera 14 composta da Hector Berlioz nel 1830. Sintetizzato da Carlos e Elkind appositamente per la pellicola col nome The Shining, consiste in accordi discendenti con cadenze di marcia funebre.


Perché Shining é l'emblema del Perturbante nel cinema dell'orrore:

   
   Kubrick crea con Shining una pellicola strutturata ed efficace, un racconto dall’alto nel quale non c’è il punto di vista di uno dei personaggi. La particolarità più apprezzabile é l’attenzione che pone allo spettatore. C'é identificazione dello sguardo col film.
“Chi guarda che cosa” è l’interrogativo che ci si pone di fronte a questa pellicola. Immagine e sguardo che si confondono a vicenda, e i connotati del perturbante, fanno di Shining l’unione dei significati e i significanti più noti nel cinema dell’orrore.

Official site:  
https://www.facebook.com/KubrickShining
Scheda tecnica:  
http://www.imdb.com/title/tt0081505/?ref_=ttfc_fc_tt



Il materiale relativo all'analisi tecnica e stilistica della pellicola é stato reperito in occasione della stesura della mia tesi di laurea in Psicologia sociale, Ateneo di Macerata, Scienze della Comunicazione. 
Tra le fonti bibliografiche principali per questa analisi: 
Strada, R. (2005), Il buio oltre lo schermo. Gli archetipi del cinema di paura, Zephyro, Edizioni, Milano.
D’Urso, V. - Trentin, R. (2009), Introduzione alla psicologia delle emozioni, Editori, Laterza, Roma-Bari.
Cremonini, G. (2005), Stanley Kubrick. Shining, Lindau, Torino.

2 commenti:

  1. Kubrick è stato il più grande maestro in campo di simmetrie. Se ne possono contare a decine anche in "Odissea nello spazio" o in "Arancia meccanica".
    Decisamente è il suo indiscutibile marchio di fabbrica. Ottimo post, complimenti!

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  2. Ho adorato l'occhio cinematografico di Kubrick. Difficile ritrovare il suo stile in altri registi. Concordo in pieno con te sulla sua simmetria. Grazie per il tuo commento, di cuore..

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