venerdì 6 dicembre 2013

Sintonia con la pellicola: questione di tecnica e non solo.

   Non c'é protagonista o eroe nel cinema che nasca dal nulla, ma ogni personaggio vive di vita propria quando diventa capace di condizionare lo spettatore.
Consapevoli di essere di fronte a qualcosa di non reale ci abbandoniamo al fascino che l’identificazione comporta, e la consapevolezza di poter interrompere la visione in ogni momento ci lascia liberi di addentrarci nell’esperienza. Pur temendo la realtà ignota che si prospetta, la natura fittizia ci rassicura. Due processi che si connettono e tramite i quali noi spettatori conferiamo emozioni, desideri e pensieri ai personaggi, nella convinzione di cogliere noi stessi in quelle caratteristiche: identificarsi in un altro Sé, e proiettarsi nel personaggio.
Da sempre c'é un vasto impiego della psicoanalisi nel cinema che ricorre primariamente alla (semplice? non tanto, direi...) teoria per la quale esiste qualcosa nella nostra identità inconscia che riaffiora durante la visione, e che rende tanto più efficace la visione di un film quanto più lo è la nostra partecipazione emotiva.

Un nome? Hitchcock.

Tra coloro che abilmente hanno sfruttato i processi di identificazione del pubblico, c'é Alfred Hitchcock, i cui eroi raffigurano le contraddizioni e le tensioni sperimentate dallo spettatore. L’uso nelle sue pellicole della ripresa soggettiva dal punto di vista del protagonista, attrae profondamente il pubblico chiamato a condividere l'ottica dei personaggi nella scena. L’eroe di Hitchcock è situato simbolicamente in una moralità approvata, che svela poi la sua perversione. Lo spettatore, prima cullato in un senso di legalità e sicurezza, diviene poi complice del protagonista hitchcockiano.

Parliamo di tecnica cinematografica...

Nella sintonia tra film e spettatore gioca una parte essenziale la tecnica usata. Pensiamo al cinema dell'orrore per esempio: ambientazioni in luoghi bui e desolati, prospettive ristrette, corridoi lunghi... stratagemmi che ampliano il senso di disagio nello spettatore.
Nella pratica costante, una delle tecniche madre per creare massimo coinvolgimento emotivo consiste nel chiudere il campo visivo dello spettatore ed aumentarne la percezione di impotenza davanti a quello che si sta per compiere. Non potendo cambiare prospettiva o angolazione, lo spettatore non può scegliere di vedere più di quanto il protagonista della scena vede.
La preziosissima fase di post-produzione coadiuva telecamera e mano del regista per un effetto sconvolgente!

Dare allo spettatore la possibilità di condividere totalmente la pena e la passione del personaggio nella scena, gli consente di affermare “quello sono io”. Il personaggio che lo spettatore ha delegato ad essere sé stesso gli permette di fare cose che non farebbe mai... aprire una porta, impugnare un'arma o gettarsi nel vuoto.

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