lunedì 13 gennaio 2014

Il perturbante nel cinema Horror.

   Quello dell'orrore é uno dei generi più coinvolgenti e capace di catturare l’immaginario collettivo e individuale.
Ma perché le persone guardano i film dell’orrore se la paura è un’emozione spiacevole?
Il cinema ha perfezionato tecniche e pratiche visive e sonore, per incutere un timore puro, “reale”. I meccanismi di risposta individuali e collettivi (pensiamo che per alcuni incute più paura un corridoio stretto, per altri invece una stanza buia) sono, in quest'ottica, letteralmente affascinanti.   

Si può dire che proviamo piacere nello sperimentare un rischio controllato, consapevoli di essere di fronte ad una minaccia non reale. L'attivazione della paura unita alla certezza della finzione ci espone ad un'esperienza “piacevolmente terribile”.
Le tecniche di cui il cinema si serve per creare quel climax ascendente di ansia e quel graduale tormento visivo, si servono principalmente di associazione e condizionamento.
Nello schermo rivivono le angosce primordiali dell’uomo. Ancor prima della stesura di uno script, ancor prima dell'idea stessa, tutto ha origine dall’immaginario della nostra mente. Presenze, mostri o morti viventi, sono le reminiscenze dei turbamenti infantili che credevamo superati.
La psicologia freudiana definisce perturbante quello che da sempre ci spaventa ma che ci è misterioso perché sopito in noi; il rassicurante e temibile al tempo stesso nell’ambito di ciò che ci è noto. E da qui il paradosso: quello che ci inquieta ci attrae. Pena e godimento allo stesso tempo.
Nel cinema come in letteratura o in pittura, il perturbante poggia le basi su un campo
sconfinato, la fantasia. E' nel fantastico che si infrange ogni aspettativa. Esposti ad un qualcosa da sempre considerato fantastico, il confine con la realtà sfuma, tanto da farci perdere ogni punto di contatto con il reale.
Ma come sperimentiamo il perturbante nell’esperienza filmica? Con lo spaesamento e la destabilizzazione. Ma il tutto alla sola condizione di lasciarci trasportare, accettando il dubbio che ciò che stiamo vedendo possa diventare reale (e minaccioso). Certo, siamo bravi a sperimentare il perturbante sapendo di poter interrompere la visione quando vogliamo!
In ogni figura dell’orrore ognuno può riconoscere una parte di sè stesso. Questa predisposizione dell’horror attinge indiscutibilmente all’immaginario. Ed è proprio l’immaginario popolare la culla delle ossessioni dell’uomo. Pensiamo al mito o alla fiaba. La fiaba, o la mitologia, ha ispirato registi e scrittori a clonare da essa elementi per indurre paura. Gli esseri maledetti sono da sempre i personaggi delle fiabe e nascono proprio dal folclore popolare. Tra i tradizionali, la strega cattiva, quella vecchiaccia maligna che ritroviamo (giusto per fare un esempio noto a tutti) nella celebre fiaba dei fratelli Grimm, Hänsel e Gretel (1812).
“Arrivare quasi a crederci” (lo diceva Todorov nel '39 ma vale anche per noi oggi)... esitare sulla soglia dubitativa che unisce empaticamente spettatore e personaggio, e che rappresenta il punto in cui decidere se credere o no a ciò a cui si è esposti.

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