giovedì 27 febbraio 2014

Lo "Stanley Tucci Show".

   The Core (Dr. Conrad Zimsky), The Terminal (Frank Dixon), Slevin - Patto criminale (Brikowski), Il diavolo veste Prada (Nigel), Amabili resti (George Harvey), Hunger Games (Caesar Flickerman)... solo alcuni titoli tra quelli che vantano il “Tucci Show”. 

http://www.imdb.com/name/nm0001804/mediaindex?ref_=nm_ql_4
http://www.imdb.com/name/nm0001804/mediaindex?ref_=nm_ql_4

   Un interprete dalla potenzialità espressiva smisurata e dalla profonda versatilità di ruolo che si é confrontato in pellicole tanto differenziate quanto meravigliose. I suoi personaggi si caricano della creatività interpretativa che Stanley conferisce con forza sempre nuova, regalando loro la libertà che li solleva da ogni costrizione di ruolo. Non sono scontati i suoi personaggi, nè facilmente prevedibili e non lasciano lo spettatore capace di abituarsi alla sua mimica, alle sue espressioni, ai suoi tanti volti. 
No, con lui non ci si abitua mai.

    Da tempo desideravo dedicare un pezzo al grande Tucci ma non lo faccio in stile biografia, perchè notizie su di lui sono reperibili presso le fonti più autorevoli di cinema, piuttosto con un commento sul suo stile, la sua carriera e sugli impegni futuri.

   Attore e regista che conserva un po' di Italia nelle sue radici (e questo ci fa piacere), ha iniziato la sua carriera negli anni '80 e da allora ha solcato il terreno della recitazione da palco, da grande schermo e anche da serie tv. Meno impegnato sul versante regia (ha diretto e prodotto film come Big night, Joe Gould's Secret, The Impostors, un episodio di Independent Lens e qualcosa ancora), ha convinto nel tempo il pubblico e la critica per quel suo stile raffinato ed elegante e quel brio comico che "alla bisogna" sa tirar fuori con grinta.

    Di lui ho amato ruoli controversi e negativi alla Slevin e Amabili resti. Ho adorato lo charme dimostrato in Il diavolo veste Prada. Ho apprezzato quel fare brillante ed estroso in Hunger games (anzi credo che qui, più di tutte le altre pellicole, si possa apprezzare la portata della sua capacità espressiva e mimica). Ho approvato quella fermezza in The terminal, e ho sofferto col suo personaggio in The core. Che dire? E' uno dei miei preferiti e ogni volta che osservo un suo personaggio lo confermo. Non ho chiara la tipologia degli impegni futuri ed annunciati. Lo attendo però in Transformers Age of Extinction (2014) con entusiasmo, dato che la saga dei robottoni di solito mi conquista facilmente. Lo ritroverò con piacere nella saga Hunger Games, benchè la tipologia di questo prodotto filmico sia piuttosto leggera, resta comunque sempre complessa dal punto di vista interpretativo, e sbircerò sicuramente nelle pellicole commedia e drammatico attualmente in post production.

   In nomination ai Golden Globes e agli Oscar nel 2010, e vincitore del Golden Globe nel 1999 e 2002 come miglior attore e miglior attore secondario di serie tv (Winchell e Conspiracy. Soluzione finale), personalmente ritengo che sia all'altezza di ottenere riconoscimenti ancor più sostanziosi. 
   Mi aspetto sempre bene da lui, che di cadute di stile fino ad ora non ce ne ha fatte vedere. Mi aspetto bene dai suoi prossimi lavori, sperando possa regalarci ancora altri volti, dato che dei suoi non ci siamo stancati... 

"Chanel, hai un disperato bisogno di Chanel!" 

dal film Il diavolo veste Prada (2006) Stanley Tucci/Nigel
Fonte citazione  My Movies: http://www.mymovies.it/biografia/?a=2834


Interview about "Julie & Julia", 2009: http://www.imdb.com/video/screenplay/vi576651801/



 

martedì 25 febbraio 2014

I CineEvergreen. Terminator Salvation.


" Sono John Connor. Se mi state ascoltando, siete la Resistenza. "


http://www.imdb.com/title/tt0438488/?ref_=ttmi_tt


Terminator Salvation (2009)
John Connor (Christian Bale)
Regia di Joseph McGinty Nichol


Fonte citazione:
http://it.wikipedia.org/wiki/John_Connor

Terminator Salvation Warner Bros Official Site:
http://www.terminatorsalvation.com

lunedì 24 febbraio 2014

La trappola del personaggio da saga. Perchè Katniss Everdeen batte Bella Swan.

   Già dai tempi della saga magic-fantasy di Harry Potter, mi chiedevo se, e come, il giovane interprete protagonista si sarebbe mai scrollato di dosso toga da mago e bacchetta, e se, almeno professionalmente parlando, sarebbe stato riconosciuto negli anni avvenire come Radcliffe interprete o come maghetto Potter.
   Un marchio indelebile é l'eredità che grava sulle spalle di un interprete agli inizi di una carriera nata in una saga? Si nasce e si muore in quel ruolo stesso o si può emergere?
Certo il caso Radcliffe é uno degli incastri da saga più longevi degli ultimi anni, contando il fatto che il giovane Daniel, classe 1989, ha prestato il volto al letterario Harry dal 2001 al 2011! Dieci anni ad interpretare lo stesso popolarissimo personaggio non sono pochi, specialmente in una carriera appena agli inizi. Spulciando nella sua filmografia non si può non notare una presenza costante nelle serie Tv e appena alcune pellicole un po' più convincenti, rimaste comunque casi isolati.
   Cosa non ha funzionato per Daniel Radcliff? Il marchio da saga lo ha impressionato più di quanto abbia marchiato giovani attori con percorsi simili al suo, o la sua permanenza nel mondo del grande cinema sta incontrato altri ostacoli?
La longevità della saga, a mio parere, è il parametro più rilevante nel marchio di fabbrica che si imprime all'attore in questione e, certamente, Potter interprete ne ha pagato il prezzo (parlo di prezzo in tema di “sbocchi di carriera”, perché popolarità e guadagno economico direi che lo abbiano sollevato abbondantemente!).
    Nell'ultimo decennio due saghe principali si sono passate la palla del dopo Harry Potter e di una, credo si possa dire, ce ne siamo liberati quasi felicemente. Twilight saga si é imposta con una certa prepotenza nel cinema giovane e ora ha pienamente lasciato il campo alla saga genere Sci-Fi Hunger Games. Entrambe nate da testi letterari recenti, che hanno incontrato il favore di lettori adolescenti, queste due serie hanno seguito il repertorio classico, solcando il terreno della novità, dell'ascesa e della conquista del pubblico. Ci sono riuscite, chiaramente con punti sia a favore che sfavore, e con l'interesse di un target preciso di riferimento, per lo più adolescenziale. La caratteristica che le distingue con decisione però, é la netta discordanza tra i personaggi femminili protagonisti. Bella Swan e Katniss Everdeen, la principessa indifesa e l'amazzone... agli antipodi.


Official Site Twilight Movie: 

Official Site The Hunger Games Movie: 
     

   Ho intitolato questo pezzo “Katniss Everdeen batte Bella Swan”, perchè ritengo che l'agguerrita Kat abbia vinto alla grande sulla imbranata Bella e soprattutto che, la pedina vincente di questa partita, Jennifer Lawrence, sia stata capace di uscire dalla “trappola del personaggio da saga”.
Le attrici in questione di simile hanno ben poco, annata a parte (classe 1990), hanno condiviso lo stesso percorso iniziale per seguire poi un loro itinerario.
    Di certo oggi é il momento della Lawrence (Katniss Everdeen in Hunger Games), mentre la Stewart (Isabella Swan in Twilight), dopo qualche convincente impegno cinematografico del dopo saga, sta arrancando un pochino. Sarà complice il fatto che la “povera” Stewart, bella a detta di qualcuno, non abbia spiccate doti da palcoscenico e non sia proprio l'immagine della simpatia? C'entra il fatto che la collega Lawrence esca fuori dagli schemi, rinfrescando l'immagine della “star” nascente, proponendosi con spontaneità senza copione, nella sua imperfezione? Può essere anche questione di personaggio magari... La ragazza indifesa, impacciata, preda dei cattivi, di contro all'energica guerriera, ispirazione di speranza e libertà? O che qualche Oscar sballi il bilancio a favore di una?
    Amante del genere fantasy misto al fantascientifico e horror quale sono, anche se di certo non più adolescente (ahimè...), ho seguito queste due saghe con un certo interesse. Al suo principio ho apprezzato l'idea di base che muoveva Twilight, credendo di trovarvi i connotati della saga licantropo-vampiresca alla Underworld, ma la vicenda romantica e la tresca a tre troppo enfatizzata mi hanno delusa ben presto. Il personaggio Swan é stancante e ben poco plausibile. Lei, la Stewart, poco conformista ma poco coinvolgente dal punto di vista mediatico, mi ha conquistata nelle interpretazioni che ben la allontanano dal personaggio di Bella, e che la rispecchiano invece meglio nella sua vera personalità. “Welcome to the Rileys” (2010) è la pellicola che, a mio parere, offre la sua interpretazione migliore, come “The Runaways” (2010) o “On the road” (2012). La vera Stewart é più simile alla ragazza libera e ribelle piuttosto che alla vergine desiderabile, ruolo nel quale non credeva neanche lei. Ed era evidente.
    Dal lato opposto invece la Lawrence, che ha già conquistato un premio Oscar come miglior attrice protagonista per Il lato positivo” (Silver Linings Playbook) nel 2013, e che, quest'anno é candidata come miglior attrice non protagonista per “America Hustle”, gode del favore di un pubblico più variegato di quello da saga adolescenziale, e sta convincendo la critica per la sua spiccata versatilità interpretativa. Talento e genuinità sono le sue carte, che gioca a mazzo scoperto, inciampando in qualche gaffe di troppo e piacendo, in fondo, anche per questo.
    Cosa riserverà il futuro per entrambe lo si può intuire dalle loro filmografie e dagli impegni annunciati. Sono di parte, e lo ammetto, tengo per la Lawrence, che reputo capace di crescere senza cadute professionali (ci pensa già lei a cadere sul palcoscenico e lo abbiamo visto nel 2013 alla notte degli Oscar...!), e mi auguro si possano aprire per lei importanti strade e ingaggi. Quanto alla Stewart, che ritengo al momento in stand-by, non ho una chiara idea dei lavori che la stanno coinvolgendo in questo biennio, sia quelli attualmente in pre- e post-produzione, che di quelli solo annunciati.
In termini di personaggio da saga cinematografica, la vittoria la decreterei a favore di Katniss Everdeen, per tornare a monte del discorso. Non ci manca più di molto l'atmosfera dolciastra twilightiana e restiamo invece in attesa dell'esito di Hunger Games che, a detta di molti, (per lo meno di chi ha letto i testi letterari), offrirà un capitolo conclusivo degno delle aspettative riposte.
    Capace di liberarsi fin da subito dal personaggio da saga, Jennifer Lawrence ha le armi per giocare in un'arena agguerrita (che è quella del cinema industria), mentre per la Stewart, rimasta più incastrata nel ruolo che l'ha battezzata, ritengo possa crescere investendo sull'immagine pubblica, per colmare quelle caratteristiche un po' antipatiche e quell'atteggiamento poco disponibile che al pubblico, diciamolo, non piacciono.



 Jennifer Lawrence Scheda Imdb: 

Jennifer Lawrence Official Page Facebook:

Kristen Stewart Scheda Imdb:

Kristen Stewart Official Fan Site:

martedì 18 febbraio 2014

Cinema dell’orrore: gli schemi ricorrenti.

   L'attrazione per l'orribile é un richiamo costante per ciò che mi riguarda e, come da copione, mi ritrovo a riflettere sul fascino arcano che il cinema horror evoca, e ogni tanto, inevitabilmente, torno a parlare di questo genere cinematografico, amato da tanti, temuto da altri.


   Da sempre il cinema rappresenta gli archetipi della paura mostrando le angosce primordiali dell’umanità. Seppur aggiornati e riadattati ai tratti meno caricaturali, i motori della paura ricorrono a temi usuali (ovviamente questo vale nel cinema come nelle arti letterarie, pittoriche, ecc.) Vera dote del cineasta è saper far leva sui “punti deboli” della nostra psiche. 
   Stilare una lista degli schemi ricorrenti nel cinema di paura sarebbe certamente cosa vaga e limitativa, dato che le sfumature delle quali ogni singolo schema si arrichisce, non permetterebbero di delineare un elenco chiuso. Ma definire nelle caratteristiche basilari gli archetipi storici, questo lo si può tentare... E ovviamente, non sono stata la prima a farlo...
Ad ogni principale schema ricorrente di paura ho associato il film che per eccellenza, per la critica di genere, rappresenta al meglio l'archetipo di riferimento, divenendone nel tempo icona intramontabile.

   Uno schema agghiacciante che letteratura per prima e cinema poi, hanno fatto propri, è quello di Doppio, tema legato alle antiche tradizioni popolari.
Il concetto di Altro e la sua inevitabile identificazione con l’Io, è strettamente connesso al perturbante, in quanto attribuisce a ciò che è per natura familiare (la propria identità), un qualcosa di minaccioso e di ignoto. Questo tema sfrutta la figura del gemello o della copia arcana di una persona vivente (ne abbiamo sentito parlare forse col termine Doppelgänger, “colui che procede sdoppiato”). La forza di questa figura primitiva è la connessione di due esseri uguali che si alimentano vicendevolmente, annientandosi. Dalla personalità complessa, i personaggi “del doppio” cinematografico traggono origine dalla tradizione letteraria. 
 Il ritratto di Dorian Gray di Wilde è un celebre esempio del tema dello sdoppiamento, ma il classico per eccellenza (tra l'altro tra quelli con i più numerosi riproponimenti cinematografici) è senza dubbio Il Dottor Jekyll e Mr. Hyde, tratto da un racconto di Stevenson del 1886.

"Il dottor Jekyll e Mr. Hyde" (1941):


   Frankenstein, la creatura, fa il suo ingresso ufficiale nel cinema nel 1931 con la regia di James Whale (un’anticipazione ci fu nel 1910 con la regia di Searle Dawley, un’innovazione ma comunque poco convincente).
Concepita dalla follia di uno scienziato che simboleggia il delirio dell’essere umano verso l’onnipotenza, la creatura rappresenta il capro espiatorio sul quale riversare le colpe dell’inegligenza e del progresso scellerato. 

"Frankenstein" (1931):
   
   Nettamente più raffinato, elegante e letale, la figura del vampiro affascina un pubblico eterogeneo, attingendo le sue origini mitologiche da quasi tutte le culture del mondo.
Non solo binomio tra bene e male, nè solo vita e morte, ma sangue e desiderio, paura e tentazione. 
Il primo vampiro cinematografico compare in Germania nel 1922 con la regia di F.W. Murnau, col nome Nosferatu, termine di origine rumena che significa non vivente. Una seconda importante pellicola si avrà nel 1931, col Dracula di Tod Browning. E' questo film a segnare una svolta significativa nel cinema dell’orrore, dando il via ad un'evoluzione della rappresentazione della paura. Un vampiro meno caricaturato, uomo seducente all'apparenza, che genera un orrore più realistico e meno fantastico.

"Dracula" (1931):
  
    Nota: Non posso non menzionare l’irlandese Abraham Stoker, celebre autore di Dracula, uno fra i più conosciuti romanzi gotici del terrore. L’opera pubblicata nel 1897 venne ispirata dalla leggenda del principe rumeno Vlad Ţepeş Dracul, o Dracula. Questo personaggio venne trasfigurato da Stoker nel Conte Dracula. Impiegò sette anni per scrivere il libro documentandosi sulla cultura e la religione dei Balcani, oltreché sulla figura storica di Vlad Ţepeş. In onore dello scrittore, merita di essere ricordato il Premio Bram Stoker, premio letterario statunitense per opere di narrativa dell'orrore, assegnato ogni anno dalla Horror Writer's Association. 

    La bestia, e in particolare il lupo, è una delle figure esemplari del genere di paura, simbolo di aggressione e del terrore di essere divorati.
Il lupo, simbolo del pericolo, anche nella sua versione pedagogica di educazione alla paura destinata ai piccoli, nello schermo cinematografico assume i connotati di una metamorfosi spaventosa dell’uomo in bestia. 

"The wolf man" (1941):


   La paura dell’ignoto, di ciò che non si conosce e che per natura si teme, legata al concetto di diversità, è portatrice di novità e pericoli.
Una linea di demarcazione segna ciò che viene considerato accettabile e ciò che non lo é. Il diverso assume i connotati di negativo, fatto di deformità, utile a farci sentire nella parte del giusto. 
Opera maestra del tema della diversità è Freaks diretta da Tod Browning nel 1932, rivelatrice di un mondo emarginato, fatto di mostri umani. 

"Freaks" (1932):


   Volto della devianza e della follia, il serial killer compare da protagonista dell’orrore nel dopoguerra e da allora non lascerà più lo schermo cinematografico. 
Prototipo d'eccellenza é facilmente riscontrabile nel cult movie del 1991 di Jonathan Demme, Il silenzio degli innocenti. 

"The silence of the lambs" (1991):


    L'elemento vecchiaia viaggia di pari passo col perturbante nel filone horror: la paura collegata all’età e all’esasperazione dei suoi aspetti peggiori, ci insinua il dubbio di non poter sfuggire alla vecchiaia, allertandoci del nostro fine ultimo.

"What ever happened to baby Jane?" (1962):


   Ed è il fine estremo a costituire uno dei topoi del genere, la paura collettiva e non più singolare della fine.
Concetto che va oltre quello di morte, legato ad una paura di annientamento e sottomissione ad un qualcosa di più potente. 
Lo scenario del mondo senza esseri umani, occupato da entità diverse, invulnerabili, è il tema centrale di una vasta filmografia, capeggiata in primis da L’invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956). 

"Invasion of the Body Snatchers" (1956):

   Nota: celebre nella storia per avere scatenato il panico descrivendo un’invasione aliena, fu lo sceneggiato radiofonico interpretato da Orson Welles, trasmesso il 30 ottobre 1938 negli Usa, tratto dal romanzo di fantascienza di H.G. Wells, War of the Worlds. Notevoli polemiche seguirono il fatto, dato l’importante impatto emotivo che suscitò. Molti radioascoltatori (malgrado gli avvisi trasmessi) non si accorsero che si trattava di una finzione. 


   Connesso al tema della paura, la morte, ne è indiscutibilmente la sintesi.
Morte che spinge il personaggio a lottare contro una dimensione alla quale cedere. Il cinema propone un perturbante fatto di presenze, entità ingombranti che non appartengono più al mondo reale.
The Others del 2001 è la pellicola di Alejandro Amenàbar che racconta proprio questa morte quieta e terribile, della quale i protagonisti, loro malgrado, prendono coscienza. 

"The Others" (2001):


   Il morto vivente, o Zombie, termine haitiano legato alla tradizione vudù, simboleggia la fisicità della morte (credenze popolari di Haiti narrano di sacerdoti in grado di catturare l'anima e capaci di condannare una persona in uno stato di letargia che rende come morto e che, anche anni dopo la sepoltura, sarebbero in grado di riesumarne il corpo rendendolo schiavo. Le vittime sarebbero asservite come schiavi nelle piantagioni). 
Con La notte dei morti viventi, George A. Romero svela nel 1968 ciò che gli uomini da sempre tentano di tenere lontano ai loro occhi: la putrefazione del cadavere, sepolto per non mostrare questa verità, e che simboleggia la sorte a cui l’umanità è destinata.

"Night of the living dead" (1968):
http://www.imdb.com/title/tt0063350/?ref_=nm_flmg_dr_18 



Fonti:
Il materiale relativo alla trattazione di questo articolo é stato reperito in occasione della stesura della mia tesi di laurea in Psicologia sociale, Ateneo di Macerata, Scienze della Comunicazione. 
Tra le fonti bibliografiche principali per questa analisi: 
Strada, R. (2005), Il buio oltre lo schermo. Gli archetipi del cinema di paura, Zephyro, Edizioni, Milano.
D’Urso, V. - Trentin, R. (2009), Introduzione alla psicologia delle emozioni, Editori, Laterza, Roma-Bari.
Cremonini, G. (2005), Stanley Kubrick. Shining, Lindau, Torino.

venerdì 14 febbraio 2014

Cinema e realtà: eterna simbiosi. Il caso “The face of an angel”

    Cinema portavoce della realtà, voce narrante sui fatti del momento, cinema che prende parte della società che racconta...
   Un articolo pubblicato da Donna Moderna, rivista che solitamente non seguo, ha attirato la mia attenzione, non tanto per il contenuto che proponeva, ma per la riflessione che suggeriva. Il fulcro dell'argomento è facilmente riconducibile a questo pensiero, che anche la rivista ricondensa grosso modo in questa proposizione: “il cinema é finzione o decide qual è la verità?” (da Donna Moderna 5 febbraio 2014, N6).
Ora, si potrebbe ampliare questo semplice concetto con tante di quelle sfumature ed “emendamenti” da farne una regola vera quanto vaga. Il caso in questione, quello che ispira questa riflessione, è la pellicola di Michael Winterbottom, “The face of an angel” (2014). Il film, che tra l'altro è tra le proposte all'European Film Market del Festival di Berlino (6 – 16 febbraio), è ispirato al giallo di Perugia.
   Dopo la fiction con Heyden Panettiere, l’omicidio di Meredith Kercher diviene ispirazione narrativa per un secondo prodotto cinematografico, una pellicola che elabora il materiale proposto nel libro Angel Face: Sex, Murder and the Inside Story of Amanda Knox, della giornalista americana Barbie Latza Nadeau. Elaborato appunto in un thriller investigativo, darà volto a personaggi ispirati ai reali protagonisti della vicenda Kercher, ma con nomi e “fattezze” diverse. Il delitto riguarderà una studentessa inglese in Toscana, e sulla scena si muoveranno principalmente due personaggi alle prese con le indagini del caso: la giornalista Ford (interpretata da Kate Beckhinsale) e il documentarista Thomas (Daniel Bruhl). Il personaggio che ricalca Amanda Knox, sarà interpretato da Cara Delevingne, e avrà nel film il nome di Melanie. Anche la scena del delitto apporta elementi discostanti dalla vicenda reale e non sarà Perugia ma Siena.
    Il caso giudiziario, che ha creato inevitabilmente forti attriti tra Italia e Usa, ha portato alla condanna in secondo grado di Amanda Knox per l'omicidio Kercher, notizia questa degli ultimi giorni. Il film, chiaramente, precede di gran lunga l'esito del processo, come anche il primo prodotto per il piccolo schermo, “Amanda Knox” del 2011.
   Trascurando il caso in oggetto, la pellicola rispolvera la questione sempre aperta sul ruolo del cinema, portavoce attivo delle vicende reali che segnano l'attualità. Come suggeriva la rivista della quale ho preso come spunto una frase in particolare, sono anche io a chiedermi se, e in che modo, il cinema si faccia protagonista, intermediario di parti sociali, fonte di riflessione sui nostri tempi. Ritengo da sempre che il cinema, in ogni epoca, sia lo specchio della realtà che racconta e che lo faccia con piena assunzione di responsabilità.
    Siamo abituati a vedere pellicole nate soprattutto dalla letteratura, o dalla storia del passato, ma quando il cinema trae nutrimento dalla realtà presente e non ancora conclusa (mi riferisco al fatto che si sia girato un film ancor prima che il processo legato ai fatti accaduti fosse concluso), la questione si fa di certo più delicata. Proporre un personaggio ispirato ad un soggetto esistente, non ancora condannato, non ancora assolto, non ancora giudicato, non è compito facile e non é facile determinarne il ruolo, anche cinematograficamente parlando.
    Solitamente le storie raccontate in una pellicola, in un libro, propongono un inizio, uno sviluppo della vicenda e un termine, una verità connessa a quel termine. Una pellicola di questo tipo, su una storia aperta, offre una verità sussurrata, insinuata, che, se sottovalutata, può presupporre una manipolazione della verità.
    E' senza dubbio un prodotto filmico delicato quello in questione, come altri prodotti analoghi, che raggruppano elementi degni di massima tutela: la reputazione di persone esistenti. A mio parere, tali pellicole dovrebbero essere strutturate in modo tale da non divenire una sorta di processi paralleli, non associare incertezza e non insinuare una verità non ancora comprovata. E' certamente un compito delicato quello del regista e degli writers, chiamati in questi casi a rappresentare la realtà, e non a decretare verità.

"The face of an angel" Scheda tecnica: 


Donna Moderna Dibattito:

Fonte citazione: Donna Moderna 5 febbraio 2014, N 6

martedì 11 febbraio 2014

" Se dico Cinema..."

   Con entusiasmo abbraccio anche io (nel mio piccolo!) la simpatica iniziativa promossa da Valentina di CriticissimaMente. I blogger del "pianeta", grandi e piccoli che siano, sono chiamati a dire la loro in fatto di cinema. Ma non la solita opinione, critica, recensione o quant'altro. No. Sono invitati a sviscerare dal profondo quello che c'è di più intimo tra le loro emozioni sul concetto di Cinema.

   " Se dico Cinema..."

é solo l'inizio di una proposizione che poi non é affatto fine a sè stessa. Proseguirla sarò compito di ognuno di noi, secondo le proprie concezioni, attitudini, emozioni... Bella questa proposta di riflessione, che coinvolge blogger amici e non concorrenti. Bella l'idea di unire in un futuro video (di questo si occuperà la stessa Valentina) i pensieri di tutti quelli che parteciperanno.


Questo il mio personale contributo all'iniziativa e lo faccio così:
 
"Se dico cinema...

... divento chi voglio, faccio quel che mi viene in mente, incontro chiunque di passato o di futuro, materializzo l'inimmaginabile, comprendo l'impercepibile, vivo il sogno... 
scopro il resto che non so".



Per saperne di più, ovviamente, visitate

domenica 9 febbraio 2014

I CineEvergreen. Black Hawk Down

"...Tanto non capirebbero. Non lo capiscono perché lo facciamo. 
Non possono capire che si tratta di compagni."

http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=33760


Black Hawk Down, 2001
Eversmann (Josh Hartnett) / Hoot (Eric Bana)
Regia di Ridley Scott


Fonte citazione: www.paginainizio.com

sabato 8 febbraio 2014

Recuperare lo storico del cinema attraverso i classici. Multisala e cinema di periferia a confronto.

    Vedere in cartellone un classico del passato é cosa abbastanza rara oggi, a meno che il classico sia stato rivisitato in chiave moderna, o che si tratti di un remake, di un restauro, di un adattamento in 3d o di un'aggiunta di effetti speciali inediti... Cosa rara appunto, ma un po' meno rara è assistere alla programmazione di evergreen cinematografici in una saletta di periferia. Il classico cinema parrocchiale o del paesino di provincia insomma. 
Rischiare di perdere la memoria artistica abbandonando i cult che hanno fatto la storia del cinema e che hanno raccontato di culture, di generazioni, di società, magari proprio della nostra, sarebbe un vero peccato. Del resto, recarsi al cinema per vedere una pellicola fresca di uscita, appena sfornata dalla moderna macchina cinematografica è un fatto scontato, ma sarebbe bello, ogni tanto almeno, recarsi al cinema, magari portandoci i figli (o i nipoti... perché no?), per ri-vedere quelle pellicole che meritano di far parte della nostra memoria storica.
Sono importanti quindi i classici per una sala cinematografica oggi? Che tipo di pubblico potrebbero richiamare? Con quanta frequenza si potrebbero inserire in cartellone opere d'epoca?
    Pensando ad un teatro che alterna solitamente opere moderne, ai musical, alla prosa, alla lirica o al balletto, e che proprio per la prosa, la lirica o il balletto occorre spesso prenotare il biglietto anticipatamente per il notevole richiamo di pubblico, così verrebbe da supporre che lo stesso potrebbe valere anche per una sala cinematografica. Lo fanno, in pochi, ma lo fanno. Cinema all'aperto nel periodo estivo, salette parrocchiali, cinema di periferia o vecchie sale di proiezione da circoletto privato, sono loro a proporre cinema d'essai o rassegne a tema, e l'occasione si presenta golosa al buon cinefilo dall'olfatto fine. Ma il grande pubblico, quello da multisala del sabato sera almeno, tra quegli spettatori non c'è. Peccato. I più giovani potrebbero accostarsi in modo leggero ed interessante ai classici del passato. In un periodo di crisi economica, di crisi di idee, di crisi di autorialità, e del grande proliferare di prodotti in serie scopiazzati da game o manoscritti di scarsa qualità tenuti buoni per i periodi di magra, sarebbe cosa proficua che si rispolverassero gli evergreen.
    Restituire un po' di spazio ai registi del neorealismo per esempio, ridare voce agli interpreti del dopoguerra o far rivivere i cult della storia del cinema accostandoli a film di ultima generazione, legati da un tema comune o da una stessa ricerca narrativa. Sarebbe possibile, e anche bellissimo. Il prezzo del biglietto ridotto per visioni pomeridiane o proiezioni mattiniere per scolaresche. Tutto si può fare, purchè lo si voglia. E a volerlo oggi sono gli appassionati e i critici raccolti in nicchie di periferia (ma non solo), che spesso si fanno promotori di iniziative degne di nota e che hanno il vanto di coinvolgere un pubblico inaspettatamente numeroso.
 Per fortuna diverse città, particolarmente attive sul piano culturale, offrono interessanti momenti educativi con rassegne dedicate al cinema d'essai e a quelle pellicole classiche che vanno oltre il mero intrattenimento.
    Per mio conto andrei con piacere al cinema, in una modernissima sala, con coca e pop corn in mano, a scegliere dal cartellone se vedere Via col vento o Umberto D. 






giovedì 6 febbraio 2014

I CineEvergreen. Troy

" Si dica che ho camminato coi giganti." 
...
"Si dica che ho vissuto al tempo di Ettore, domatore di cavalli. 
Si dica che ho vissuto al tempo di Achille."


 http://www.warnerbros.co.uk/movies/troy
 http://www.warnerbros.co.uk/movies/troy

Troy (2004)
Ulisse (Sean Bean)
Regia di Wolfgang Petersen

Fonte citazione: www.paginainizio.com

martedì 4 febbraio 2014

I CineEvergreen. La storia fantastica.

"Hola. Mi nombre es Iñigo Montoya, tu hai ucciso mi padre... 

preparate a morir!"

 

http://www.mymovies.it/film/1987/lastoriafantastica/

 http://www.mymovies.it/film/1987/lastoriafantastica/

 

La storia Fantastica (The Princess Bride), 1987. 

Inigo Montoya (Mandy Patinkin) /  Count Tyrone Rugen (Christopher Guest)

Regia di Rob Reiner

Fonte citazione: www.paginainizio.com

domenica 2 febbraio 2014

Serie Tv. E il confine con il cinema é sottile.


   Serie televisive... come a dire “cinema per la Tv”?
Se mi avessero chiesto un personale parere sul livello qualitativo delle serie televisive, appena qualche anno fa, avrei fatto una valutazione piuttosto misera, avendo in mente solo seriucole banali alla “Beverly Hills”, giusto per citarne una. Per diverso tempo ho osservato con scetticismo le serie new generation che si affacciavano con sempre più prepotenza sul piccolo schermo e che, apparentemente almeno, si allontanavano dai miseri prototipi ai quali ero abituata. Con sorpresa e piacere, ho avuto modo di ricredermi. Di fronte ad alcuni recenti telefim (e il termine non é adattissimo) ho preso coscienza del fatto che questi nuovi prodotti televisivi hanno reso il confine tra il piccolo e il grande schermo sempre più labile. 
   Il battesimo con le nuove serie io l'ho avuto con “Lost”, che ho amato sia per l'originalità del soggetto che per la struttura impegnata, e che mi ha istruita sul codice d'accesso a questi “prodotti” del tutto nuovi per me.    
   Quali sono le serie che rientrano nella categoria superiore dei prodotti del piccolo schermo? 
Quelle che si distinguono per il livello tecnico, qualitativo, artistico, che si avvalgono di cast tecnici e interpreti spesso rubati o presi in prestito dal grande schermo?
In lista metterei sicuramente "Boardwalk Empire", con la sua accurata ricostruzione storica del periodo, l'ottima sceneggiatura e il cast strepitoso che la rendono una delle migliori (il suo episodio pilota è stato diretto da Martin Scorsese).
Dai connotati tipicamente cinematografici direi senza dubbio anche la miniserie "Mildred Pierce", che vanta la presenza nel cast di Kate Winslet e Evan Rachel Wood, e diretta dal grande Todd Haynes.
"The walking dead" e "American horror story" sono state le rivelazioni sul versante horror, e soprattutto per la seconda, da menzionare é il pregio di aver saputo sfruttare il tema della casa infestata (obsoleto e abusato) con una messa in scena carica degli espedienti stilistici e narrativi noti nel cinema di genere (e Jessica Lange è nel cast).
Godibilissima la britannica "The hour", passata un pò inosservata, ma che offre uno spaccato convincente del giornalismo televisivo inglese degli anni 50, rinforzando le vicende private dei protagonisti con gli accadimenti dei grandi eventi di quegli anni.
"Six Feet Under", ideata da Alan Ball e interpretata da un cast di validi nomi, ha avuto cinque felici stagioni, dal 2001 al 2005. Ancora “Breaking Bad”, o anche "My So-Called Life", lanciata nel '94 da Jared Leto, divenuta comunque un cult pur dopo essere stata cancellata alla prima stagione per insufficienza di ascolti, e considerata d'avanguardia per contenuti e qualità.
Aggiungerei il cruento “Spartacus” se non altro per la valida ricostruzione storica e le ambientazioni realistiche che hanno rappresentato degnamente il mondo dell'arena e con il giusto cinismo la società romana. 

 http://www.hbo.com/game-of-thrones#/game-of-thrones
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Menzione d'onore merita in questo momento, per mio puro gusto televisivo (o dovrei dire cinematografico?) la serie rivelazione delle scorse stagioni, e che attendo nell'imminente, Il trono di spade, madre delle serie fuori dagli schemi e che offre una varietà di opportunità per un pubblico eterogeneo. Sangue, sesso, potere, amore, “magia”, guerra, storia, tutto condensato in una vicenda condivisa da personaggi che sanno appassionare, nel bene e nel male.

   Ho stilato una lista delle poche serie che seguo, e di quelle che conosco pur senza seguirle, e delle quali mi sono sommariamente documentata poichè mi hanno incuriosita proprio per la novità della struttura e della tecnica.
Ho sempre in mente quei ridicoli e facili setting artificiali (pensiamo ai soliti interni delle Soap Opera per esempio, o dei classici telefilm americani), o le inquadrature statiche di interpreti letteralmente in posa, nettamente impoveriti rispetto ai prodotti di oggi, che sono raffinati e tecnicamente strutturati.
A prescindere dal genere (il fatto che un determinato soggetto possa piacere o meno), la somiglianza con le opere cinematografiche che vanno oltre al televisivo al quale eravamo abituati, é altamente percepibile. E mi riferisco a quelle nuove serie che sfruttano tecniche che sono indiscutibilmente di valore aggiunto al risultato finale.
Che si possano apprezzare pur continuando ad essere considerate prodotti subordinati al cinema può essere una possibilità comune a molti. Alcune di esse potrebbero comunque esser giudicate al pari del cinema proprio per l'alta qualità che le caratterizza.
   D'altra parte, non mi sento di includere nell'elenco dei tesori televisivi serie come "The vampire diaries", dalla sceneggiatura mediocre, “True Blood” di Alan Ball (con un cast buonino ma dalla storia eccessivamente fantasy e con abusati effettoni speciali), "Teen wolf", "The secret circle" ecc., che mi sembrano avere i connotati di prodotti televisivi a tutti gli effetti. Il fatto di puntare ad un target tipicamente adolescenziale sembrerebbe giustificare le eccessive ingenuità e inverosimiglianze della trama, e la fastidiosa insistenza nel ricorso ai colpi di scena mirerebbe all'unico intento di mantenere desta l'attenzione del pubblico fino all'episodio successivo. Certo, anche se con lacune strutturali evidenti, prodotti di questo tipo incontrano il favore di un pubblico giovane che, nel complesso, proprio per la bassa aspettativa riposta, soddisfano proprio per questa loro facilità e leggerezza narrativa.
Da notare è che il tentativo di uscire dal coro discostandosi dalle altre serie, può costituire un rischio enorme. Non sempre é andata come per “Lost”, acclamata dal successo e da grandi lodi del pubblico e della critica, e per altre serie, anche se potenzialmente allettanti, la storia é andata diversamente. Basti pensare a "Carnivàle", interrotto dopo sole due stagioni, proprio per quel suo essere "poco televisiva". 

   Al di là degli esiti comunque, le innovazioni introdotte da alcune serie reagiscono al proliferare di telefilm tra i quali si è ormai persa la speranza di trovare un barlume di novità perché troppo simili gli uni agli altri (pensiamo al solito genere poliziesco o medico!).
Il budget delle produzioni destinate al piccolo schermo é sicuramente più sostanzioso che in passato, e la computer grafica e il lavoro di post-produzione agevolano le difficoltà tecniche nel raggiungere setting naturali o crearne di artificiali, abbassandone significativamente i costi (fa scuola in questo il “Doctor Who” attuale rispetto a quello degli anni '70). Facile comprendere come i prodotti televisivi siano cambiati, a livello di regia, di sceneggiatura, di interpreti. Ma non sempre, ovvio.
   Ormai le serie televisive stanno diventando cinema per la Tv quindi, direi.
Personalmente sono tra coloro che hanno avuto pregiudizi verso le serie da piccolo schermo fino a qualche anno fa. Da contare anche il fatto che non sempre si ha la possibilità di seguire con costanza un prodotto ad episodi (o che semplicemente non si ha voglia di attendere una settimana tra un episodio e l'altro). E una nota alla quale, credo, ci sarebbe da dare importanza é la tipologia del doppiaggio televisivo, spesso qualitativamente inferiore a quello cinematografico.
Dovendo dirla sinceramente, di gran lunga preferisco ancora vedere un film piuttosto che una serie Tv, che tra l'altro mi terrebbe “inchiodata” per svariate stagioni. Ma di certo mi sono liberata dai pregiudizi che avevo un tempo, e quando sento parlare di una serie che sta riscuotendo notorietà, vado a dare una sbirciata per vedere almeno di cosa si tratta. E a volte si scoprono tesori.